L'ospedale del futuro
Uno degli ambiti per eccellenza in
cui concretizzare il valore fondante
del rispetto dell' individuo, anche
oltre i diritti non scritti, è
proprio l'ospedale. Per anni,
invece, questi luoghi d’assistenza e
cura sembravano strutturati e
organizzati proprio per annullare le
personalità e non certo per
rispettare una per- sona ammalata e
dunque fragile, spaventata,
angosciata.
Gli ospedali italiani, tranne
qualche eccezione, sono ancora in
buona parte vecchi, obsoleti e
sproporzionatamente costosi. Basta
varcare il confine svizzero e
confrontare un ospedale cantonale
con le strutture italiane.
Limitiamoci a parametri di comfort
alberghiero, rapporto umano, igiene
e organizzazione ed escludiamo le
competenze e le tecnologie. Un
malato avrà pure il diritto ad un
ricovero accogliente, ad
un’assistenza che lo faccia sentire
tranquillo e lo rispetti... La
malattia non è una colpa e
l'ospedale non può essere una
prigione, dove perfino i parenti
hanno difficoltà a entrare o vengono
sgridati se la loro presenza supera
l' «ora d'aria» consentita; chi sta
male ha bisogno di avere vicino, e
ne ha il diritto, qualcuno che si
fermi a fare due chiacchiere con lui
e lo conforti quando si sente solo e
impaurito. L'ospedale deve
trasformarsi, e il cambiamento deve
essere culturale e strutturale.
Questa è una delle priorità assolute
di chi guida la Sanità - non solo in
Italia: bisogna ridurre l’eccesso di
posti-letto, spesso inutili e
costosi, e creare una rete di
ospedali d'avanguardia, efficienti e
umani, in grado di adeguarsi
autenticamente alla nuova filosofia
della medicina. Il primo obiettivo è
quello di ammodernare gli ospedali
pubblici, per la maggior parte
eccessivamente grandi e situati in
edifici molto vecchi. In un rapporto
del luglio 1998 il ministro della
Sanità Elio Guzzanti raccoglie dati
molto chiari che non hanno bisogno
di commenti: la metà dei nostri
ospedali pubblici è pronta per la
pensione. Nel 57 per cento dei casi
l'età media è di 70 anni, con punte
di 110-140 anni in Umbria e nel
Lazio. La struttura più vecchia è il
quasi leggendario Policlinico
Umberto I di Roma, che si sta
avvicinando alla boa dei 150 anni.
La metà dei macchinari di
diagnostica ed elettro- medicina ha
in media 5-10 anni di vita. E il
decadimento tecnologico è andato di
pari passo con una diminuzione di
risorse: gli investimenti sono
passati da 1800 miliardi di vecchie
lire (oltre 900 milioni di euro) del
1989 ai 250 miliardi (circa 125
milioni di euro) del 1998.
È negativa purtroppo anche la
«fotografia» degli ospedali
progettati e in costruzione nel
periodo stesso in cui Guzzanti
rendeva pubblico il rapporto: essi
nascono già obsoleti, concepiti
sulla falsariga dei loro
predecessori. Per cominciare, i
posti letto sono in numero eccessivo
rispetto alla popolazione, le
strutture sono mal distribuite
geograficamente e funzionalmente, e
infine sono troppo costose, spesso
in modo non giustificato rispetto ai
livelli di prestazione. Le strutture
che contano 1000/2000 posti letto
sono poco gestibili e oggi non sono
più necessarie. Questa politica ha
gonfiato la spesa sanitaria perché i
vecchi ospedali costano milioni di
euro soltanto per la manutenzione, a
volte non sono modernamente
attrezzati, sono spesso poco
efficienti, con degenze medie troppo
lunghe e con scarsa produttività. Se
per esempio a un paziente viene
eseguita una biopsia, bisogna
talvolta attendere 15 giorni
(anziché i 3 normali) per avere la
risposta istologica. Tutto questo a
discapito di una distribuzione
intelligente di centri di cura
efficienti e d'avanguardia.