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II famoso oncologo nella sua
fortunata rubrica sul settimanale
"Oggi" nel rispondere ad una
lettera, offre un interessante
spunto di riflessione sulla figura
del Pediatra italiano. Vi proponiamo
la lettera e la risposta.
Ho tre bambini e, viaggiando per
lavoro, mi è capitato di parlare di
salute dei figli con francesi,
inglesi, tedeschi. Parlando di
salute, ho scoperto che in quei
Paesi non esiste il pediatra come lo
conosciamo noi in Italia: un "medico
del bambino” alle cui cure ha
diritto ogni cittadino italiano che
nasce. Ma ho anche sentito voci di
un'abolizione del pediatra di base
che costringerebbe a sceglierne uno
privato o recarci sempre
all'ospedale. Vogliono forse
eliminare qualcosa in cui siamo più
avanti degli altri? Antongiulio Lo
Capo, Ronca
Ho sentito anch'io quelle voci, ma
non credo che avranno un seguito
perché tutti dovremmo essere
orgogliosi di questa situazione
molto avanzata sia sul piano sociale
sia sul piano medico. L'Italia è
l’unico paese europeo che possiede
una rete capillare d’assistenza sul
territorio specifica per l'età
infantile. Non solo italiani, ma
anche per i piccoli immigrati,
regolari e non. I primi possono
avere l'assistenza dei pediatri
convenzionati. I secondi ne godranno
quando i loro genitori saranno
regolarizzati, ma nel frattempo
vengono negli Ospedali. Una rete
così universale a favore dei bambini
è una potenzialità preziosa per
sviluppare una concezione
d’assistenza centrata sulla salute
anziché sulla malattia.
Perché dico questo? Perché i
bambini, essenzialmente sani, sono
la fascia di popolazione che
fortunatamente ha meno bisogno di
cure mediche. Ma è proprio nel campo
della salute dei bambini che si
esplica la grande azione della
prevenzione, tanto che l'Italia ha
un tasso di mortalità infantile tra
i più bassi nel mondo: 6 per mille
per i maschietti e 5 per mille per
le femminucce. (...)
Torniamo alla rete dei pediatri,
organizzazione che l'Europa ci
invidia. Anche nel resto d'Europa
esistono i pediatri, ma la
differenza di organizzazione è
sostanziale. Lì ci sono i pediatri
ospedalieri, che lavorano nei
reparti di pediatria o negli
ospedali infantili, ma sul
territorio i pediatri sono
specialisti che vengono chiamati in
seconda istanza, mentre è il "general
pratictioner” (equivalente al nostro
medico di Medicina Generale) ad
avere in carico anche i soggetti di
zero-dodici anni. Ma il bambino “non
è un adulto in sedicesimo”, è un
bambino”, e perciò le cure che gli
può dare un pediatra sono molto più
adeguate.
Questa attenzione comincia dal letto
dove la madre ha partorito, con un
attento controllo del neonato da
parte di un pediatra, e poi il
bambino viene iscritto (spesso con
qualche difficoltà, perché i
pediatri convenzionati sono pochi)
presso un pediatra che lo seguirà
fino all'adolescenza.
II pediatra non si limita a curare
il bambino, ma tiene d'occhio sia la
prevenzione (con i "bilanci
periodici" di salute, in modo da
scoprire tempestivamente eventuali
problemi nello sviluppo) sia
l'ambiente in cui cresce, e da
consigli preziosi sull'allattamento,
lo svezzamento, un'alimentazione
equilibrata, il vivo consiglio di
non fumare che da ai genitori. In
pratica, si assume il compito di
essere non solo il medico del
bambino, ma il suo protettore
"sociale". Concludo ricordando
l'ampia visione dell’Unicef, in
perfetto accordo con la definizione
dell'Organizzazione mondiale della
sanità a proposito di una sanità a
misura di bambino: occorre
promuovere l’uguaglianza di “genere”
(cioè tra uomo e donna), favorire l'empowerment
della madre (la sua istruzione e
possibilità di decidere e di fare),
migliorare la salute della donna,
promuovere condizioni di vita sana,
fornire un’istruzione di qualità,
proteggere i bambini da abusi,
sfruttamento e violenza. |